mercoledì 7 marzo 2012

59 Partendo dall'oscurità





Partendo dal buio, i cambiamenti di luce del giorno riconducono ad esso, in una sorta di genesi costante.
E' stato un lavoro ben più lungo di quanto pensassi, che ha richiesto molti cambiamenti sul progetto iniziale. Avevo immaginato di lavorare su una medesima inquadratura, ma la laboriosità di ridisegnare per quattro volte la geometria delle rotaie senza lucidare o spolverare, il tedio delle operazioni ripetitive e la mia pigrizia m'hanno portato ad immaginare lo stesso parco ferroviario inquadrato da punti di vista differenti, come se nei diversi momenti si guardasse da bordo di un convoglio diverso, aggiungento un'ulteriore dinamica, secondo una mia personale prosecuzione della ricerca futurista, condotta in un ritmo dilatato e scevra di certe connotazioni vivaci che tanto piacquero ad ideologi violenti.
L'espediente per lavorare meno si rivelò una trappola, perchè molto tempo ed infiniti rifacimenti furono necessari per realizzare quattro inquadrature diverse ma riconoscibili della stessa area, e non sono sicuro di aver raggiunto lo scopo.

domenica 29 gennaio 2012

58 Branco a primavera

Un olio su tela preparata a gesso, in casa, 70x100cm. Credo d'aver già detto che la Pittura è comunque astratta, per cui il punto topico del quadro non è necessariamente il soggetto del titolo. Avevo cominciato lavorando sulla vigorosa eleganza dei quadrupedi, poi ho pensato di ambientarli. Il prato è una scelta ovvia, dopodichè si comincia a pensare come questo prato si deve configurare e che parte deve avere nel dipinto. Il verde dell'erba è uno dei miei grandi problemi, invidio certi luminosi prati monocromatici, quelli che dipingo io sembrano sempre qualcos'altro, così che ho pensato che il colore di qualche fiore avrebbe frammentato la massa di verde, e lo studio minimale degli steli e delle ombre avrebbe fornito spunti per modulare. Ho lavorato pensando al prato della Primavera di Botticelli ed a certe matericità di Morlotti, ho ripassato mentalmente tutti gli effetti della luce sulle vegetazioni, tutta la Pittura che ha trattato i fiori, ed ho steso tratti di giallo, d'azzurro, petali color pastello, ombre viola, sprazzi di rosso disposti strategicamente, ed ho velato di pallidissimo verde, di terra debole, riprendendo poi gialli e verdi a impasto più forte, fermandomi solo quando m'è parso che la striscia di prato si integrasse coerentemente con le altre cose dipinte, diventando parte fondamentale del quadro. Il soggetto non è il branco, non è un singolo cavallo, cielo e terra non sono meri apparati di sfondo, il soggetto non è neanche la primavera, bensì la sensazione della primavera, qualcosa di diffuso in tutto quello che è rappresentato, ed in questo senso la fioritura conta quanto l'annusare attento, lo scalpitìo sospeso della mandria, la leggerezza delle nuvole, la limpidezza della luce. In questo consiste l'astrazione, quella che Artisti con diverso percorso evocano senza figurare immagini riconducibili a qualcosa che siamo abituati a vedere. Come per l'Inverno, ho tenuto un punto di vista basso, per straniare la prospettiva più abituale, cercando di rendere lo spazio con altri espedienti. Tutta una Pittura vedutistica, europea e successivamente migrata negli spazi dei Nuovi Continenti, è ricca di panoramiche d'ampio respiro, mi viene in mente una favolosa veduta di Roma da un'architettura sopraelevata ad opera di Turner, con quella curvatura che il Maestro utilizza prima che la fotografia inventi grandangoli e occhi di pesce, e di quelle magiche atmosfere ho voluto tener conto, conservando però l'inquadratura stretta del Caravaggio nella Conversione di San Paolo, sembrandomi la visione ravvicinata dei soggetti più funzionale alla rappresentazione dell'umore degli stessi: un branco di cavalli liberi in un grande spazio non ne avrebbe evocato il respiro, l'afrore, la vibrazione dei muscoli. Ma i cavalli sono comunque liberi in un grande spazio, e questo è ciò che il dipinto deve evocare, uscendo dai limiti del quadro. E per questo mi sono servito dei toni di colore, della plasticità dei chiaroscuri, e del minimalismo dei fiori che si perdono in una prateria.

giovedì 5 gennaio 2012

57 L'amore ripreso
















Il cavallo è probabilmente la prima cosa riconoscibile che io abbia imparato a fare, disegnando con un mozzicone della matita da falegname sulle tavole piallate, nella bottega paterna, al paesello. Mio padre m'aveva fatto, qualche volta, delle sagome di carta, strappando i margini a trattini, e qualche volta mi aveva disegnato una figura equina molto stilizzata su qualche scarto di compensato, ed io avevo cominciato a tracciare a mia volta quella primitiva immagine di quadrupede. Ginosa, sulle Murge, è terra di cavalli, con l'asino di Martinafranca si incrociano infaticabili bardotti, ed il traino a due ruote era il mezzo più diffuso nel paese, sicchè gli equini erano costantemente presenti nel mio immaginario infantile. Emigrando a Milano, venni a conoscenza dei pesanti cavalli da tiro, che andavano comunque scomparendo, e dell'esistenza, in un qualche posto inaccesibile, dei favolosi purosangue da corsa. Disegnando moltissimo tutto quello che stimolava la mia fantasia, andavo riempiendo di cavalli ogni foglio pulito che mi capitasse a tiro, dagli imballi recuperati ai fogli di quaderno o, naturalmente, ai fogli da disegno, per la verità piuttosto rari ai tempi, per mancanza sia di soldi che di attenzione per le esigenze espressive dei ragazzini. Accostandomi, col passar degli anni, ad una concezione più, diremo, professionale del disegno, mi lasciai convincere ad applicarmi a soggetti più "seri" secondo non so chi, trascurando vieppiù il cavallo, se non per frequentazioni sporadiche. Mi sembra giusto, quindi, riprenderre ora quel soggetto così stimolante e completo per eleganza ed armonia della struttura muscolare, ponendolo come soggetto prevalente, anche se l'argomento del quadro c'entra poco o niente con quanto rappresentato. Nei tre lavori riprodotti in alto, lavori di almeno dieci anni or sono, il cavallo è parte della storia, sia quello bianco, evocativo, di Emiliano Zapata, sia la montura di Godiva, sia quella sullo sfondo del cavalleresco Giorgio, disarcionato da una moto. Nell'ultimo lavoro, invece, sono i due cavalli che rappresentano l'argomento dichiarato dal titolo: Inverno (olio su tela cm. 60x80). Chi minimamente sa  di cavalli, non può non associare l'aspetto di questi due ad una razza nordica, di paesi il cui pensiero evoca immediatamente il freddo, segnalato anche dall'abbondante condensa del fiato, come io ricordo, nello stupore di bambino meridionale, dalle narici degli esemplari che ancora trainavano carichi nella foschia degli inverni Milanesi, sul finire dei post-bellici anni 50, quando la periferia conservava ancora qualche fianco di casa dove si leggevano le stanze distrutte dalle attenzioni dei Liberator: la traccia di un lavandino, di uno sciacquone, un profilo di gradini, un corridoio giallino, una stanza azzurra, e forse qualche famiglia giù da basso, nel sotterraneo segnalato "UeSse", a tremare imprecando, qualcuno felicitandosi di star scampando a quel finimondo, che dovrà pur finire.
Oggi invece i giganteschi equini passeggiano in un'algida giornata, facendo risuonare coi grandi zoccoli ferrati il terreno ghiacciato, con la brina che il sole non riesce a sciogliere. Anche qui ho ricercato la profondità di campo senza calcolo di fughe, ed un punto di vista ribassato esalta l'imponenza dei due quadrupedi. Una ricerca laboriosa è stata quella di una luminosità glaciale, nel contrasto del cielo con la massa calda di pelo e muscoli: ho steso un letto di azzurro cobalto e manganese, a tratti di pennello, intercalando con impasto di bianco ed azzurro ceruleo, qualche pallido accenno di giallo, velando poi con spinello di cobalto, che vira al verde, e rilavorando ancora con giallo di cadmio sul bianco titanio ed altro azzurro di Manganese, e non mi si venga a dire che si poteva risolvere con un bell'impasto di azzurro sfumato nei punti strategici, perchè so di eccellenti fotografi che scattano immagini suggestive, e di illustratori dotati che realizzano magiche atmosfere con procedimenti rapidi, ma qui è di Pittura, che si vuol parlare.

lunedì 28 novembre 2011

56 L'età del ferro

L'età del ferro
Olio su tela cm. 50x70

L'età del ferro
Olio su tela cm.50x70
Ridipintura finale
Ritenute brutte da molti, le locomotive Franco Crosti m'hanno sempre intrigato, per il che di mostruoso conferito loro dagli imponenti preriscaldatori e dall'assenza del fumaiolo in testa alla caldaia. Più volte ne ho dipinto, uno dei miei primi lavori divisionisti fu su una di esse, e quella di questo quadro la ricorda. Avevo usato una tela commerciale da cm.50x70, molto economica e decisamente scadente: stavo preparando una mostra, ed affrettai il lavoro per poterla esporre, dopodicè il pezzo mi rimase in studio, finchè decisi di riprenderlo. Il colore asciutto compensava con la sua materia la mediocrità dell'imprimitura originale, fornendo anche un buon abbozzo per l'elaborazione, pressocchè totale, delle tinte. Ho cercato la dura scioltezza dell'acciaio ingrassato delle bielle, il sudore sulla caldaia, la limpida luminosità di un cielo pulito. L'uso che faccio della tecnica divisionista non è rigoroso quanto quello dei divisionisti storici, non basandosi su postulati scientifici, nè su teorie esoteriche di sorta. I miei ricorsi al simbolismo sono deboli e sporadici, voglio che sia chiaro il mio coinvolgimento in una rivisitazione di movimenti sviluppatisi a cavallo dei precedenti due secoli in Europa: ciò che più mi interessa è la Pittura nei suoi aspetti tecnici ed estetici in tutti i momenti dell'evoluzione, di cui ravviso l'estrema sintesi in quella magica epoca che molti storici definiscono "di rottura", tra la metà ottocento ed i primi decenni del novecento. Il mondo andava sviluppando nuove forme di civiltà, le nascenti tecnologie permettevano contatti fra i popoli senza migrazioni di massa ed invasioni, e l'Arte si andava sviluppando secondo canoni estranei al potere, originando movimenti e tendenze che raggruppavano artisti di provenienze diverse ma associati da concetti comuni. Ci si allontana dagli accademismi per dipingere le impressioni, per poi passare ai concetti, alle idee, ai simboli, tutta Europa fa capo a Parigi, ma in ogni capitale fioriscono movimenti di artisti accomunati nella ricerca, così al celebrato impressionismo fanno eco realisti napoletani, macchiaioli, scapigliati da noi, prereffaelliti in Inghilterra, la pittura esportata nelle Americhe va affermando maniere autoctone, il fine secolo che entra nella belle epoque riflette sulla decadenza degli imperi, Vienna partorisce la Secessione, che influenza tutta la mitteleuropa coi suoi cambiamenti di gusto mentre si sfalda l'impero, quello britannico aveva già perso le sue terre oltreoceano, quelle spagnole cominciano ad agitarsi, si sgretola l'impero zarista. Da tutto questo fermento si svilupperanno i movimenti più audaci, aprendo verso spazi illimitati. Se l'atteggiamento degli artisti si è fatto trasgressivo, in ordine con le forti vicende sociali e storiche in corso, la Pittura seguita ad evolversi sulla strada intrapresa fin dalle caverne, attraverso rinascenze e rivoluzioni, fintanto che può correttamante definirsi Pittura, operata con materiale colorante su supporti piani. L'arte che ai giorni nostri suole definirsi "contemporanea" realizza, con mezzi e materiali che poco o nulla hanno a che vedere col dipingere, nemmanco, mi pare, collo scolpire od il modellare, produzioni nel merito delle quali non intendo entrare, limitandomi a non considerare inattuale l'esercizio di un mestiere praticato, con buoni risultati, per svariate decine di secoli. In ogni quadro che dipingo, mi connetto idealmente con quelli che m'hanno preceduto, che siano Maestri riconosciuti dalla critica o mestieranti ignoti, e da loro imparo citandoli in varie maniere, fondendendo ogni riferimento nel mio modo di dividere il colore, di rappresentare. Posso riferirmi a Pollock dipingendo un paesaggio o figure in un interno, Citare Van Gogh in un mare che egli mai dipinse, evocare accordi morandiani nel dipingere capannoni di fabbriche, e così via, vagando in uno sterminato panorama senza vincoli di tempo o di maniere. Trasformare la sensazione del ferro scuro e umido in una testura cromatica, cercare di farlo, chiama in causa la matericità plasmatica di Rembrandt, la solidità severa di Sironi, un controllo della luce leonardesco, e non escludo l'estasi realistica di Turner. Tanta gente per questo quadretto? Certo che senza di loro io non sarei.



55 Riciclando






















Non ho mai avuto un buon rapporto con le cornici, che troppo spesso sono considerate la parte più importante di un quadro, come sostenuto da Frank Zappa. Tuttavia io continuo a considerare la Pittura l'elemento essenziale, ma non v'è dubbio che una buona cornice può valorizzare un dipinto, inserendolo degnamente fra gli arredi, tanto che nei secoli s'è venuta sviluppando un'arte corniciaia di tutto rispetto, fonte di sicuro reddito ai suoi adepti. In polemica con tutto questo, e poichè le cornici valide costano care, avevo messo in opera un quadro di piglio decorativo, con annessa finta cornice, lavorando con tempera acrilica, ma me ne stancai abbastanza presto, e quando ebbi bisogno di un telaio della misura, lo smontai, arrotolandolo da qualche parte. L'ho srotolato di recente, tirato su un telaio più piccolo, e portato a termine ad olio, applicando la tecnica che nel frattempo ho sviluppato. La natura morta con fiori non è mai stata posata, il vaso non esiste, i fiori sono a memoria; è tutto un lavoro sulle tinte, sulla luce, su forme e volumi, insomma su valori che potrebbero costituire un quadro astratto, essendo tutto il visibile prodotto in funzione della pittura. Fare quadri astratti resta una mia chimera, e continuo a non avere un buon rapporto con le cornici.







domenica 13 novembre 2011

54 Il quadro rubato

Rosso di seta
Olio su tela cm.80x100
Il quadro con questo soggetto, postato il 26 dicembre 2010, si intitolava "Rosso!", e l'avevoa lasciato in comodato ad un amico che l'aveva esposto in un suo ristorante, da dove fu rubato.In un certo senso mi sentii gratificato da quella ladronesca attenzione, tanto più che avevo conservato cartone e lucido per il ricalco, e potevo ridipingere il quadro, migliorandone la qualità.
Non sono in grado di dire se questo lavoro sia meglio del precedente, ma di sicuro ogni elemento è stato rivisitato, ho cercato di ammorbidire la figura, aggiungendo l'episodio del gatto, arricchendo i drappeggi e cercando di dare una luce serotina alla scena, cosicchè mi venne il titolo "Rosso di seta". Il quadro misura cm.80x100, ed è stato dipinto ad olio su un vecchio lenzuolo preparato a gesso. Il supporto preparato in casa mi dà una superficie più materica, ho la sensazione che la pittura venga incorporata nell'imprimitura, che in qualche modo condiziona le tinte.

lunedì 7 novembre 2011

53 La giornata














Dipingere le diverse ore del giorno porta inevitabilmente a confrontarsi con Monet, e se ne esce acciaccati, ma io ci ho voluto provare, ed è stato un lavoro lungo e frustrante, ciononostante una ricerca coinvolgente. Lavorando a memoria, mi sono trovato ad operare in una sorta di concettualità, cercando di evocare le sensazioni della luce sul mare nei diversi momenti. La fase che più m'ha impegnato è stata quella del giorno pieno, per l'assenza di rossi, di riflessi lunari, di tenuità antelucane, od altri effetti per distrarre l'occhio critico dalle mie carenze: sole implacabile, mare calmo, luce diffusa; come saranno i riflessi? E quella vegetazione, troppo presente, troppo verde; fuori luogo chiamare in causa l'autunno, le piante sul mare le ricordo sempre verdi. Si tinge, la macchia mediterranea? Azzurro azzurro e verde carico si ammazzano tra di loro, cerco nel giallo, ma la sua luminosità muore, il rosso salta troppo. Le ridotte dimensioni, cm.35x45, non aiutano, se non si vuole far miniature, una veduta così ampia chiederebbe un formato doppio di questo. Lavorare su una'inquadratura più stretta, m'avrebbe forse portato a controllare meglio la composizione dei colori, ma credo di esser comunque arrivato ad un risultato accettabile.
Il tramonto, la notte, l'alba, offrono maggiori pretesti cromatici, che rendono agevoli trucchi ed effetti, bisogna star attenti a non cadere nel banale, nell'effetto da cartolina. In deroga ai miei principi, per il buio della notte ho usato un po' di nero d'avorio: forse, su un formato più grande, avrei ottenuto il buio cercandolo con azzurro di Prussia, verde smeraldo, rosso di Garanza, bruno scurissimo. Con buona pace di Savinio, ritengo che il nero, che apprezzo moltissimo negli abiti, nella grafica e negli arredi, sia pericoloso per la pittura, sebbene non manchino esempi di utilizzo del nero in Maestri anche più antichi del grande Metafisico.